Voglio introdurre una seconda regola per la mia collezione di fotografia immaginaria. La prima prevede che la collezione contenga solo fotografie citate, descritte o anche solo accennate in racconti o romanzi. Una collezione di fotografie che non hanno esistenza fisica perché sono pura invenzione. Una collezione di fotografie di finzione davanti alle quali ci si può comportare in un solo modo: immaginarle.
La nuova regola mi permetterà di allargare le possibilità di acquisizione. Mi sono accorto, infatti, di incontrare nei testi descrizioni che, pur non assumendo la forma/finzione dell’immagine fotografica, vivono sulla pagina con la nitida precisione dell’inquadratura. Come, ad esempio, questa Istanbul del 1591 vista da Orhan Pamuk: la neve che cadeva sul Corno d’Oro, i tetti esposti a Nord e gli angoli delle cupole battuti dalla tramontana (…) le vele di una nave che entrava in città (…) i cipressi e i platani, la vista dei tetti, la tristezza del pomeriggio. Immagini che non voglio perdere e che vorrei trattare come se fossero scatti realizzati con le parole. Questa regola, inoltre, mi permetterebbe di immaginare fotografie anche in testi scritti in epoche in cui l’invenzione della fotografia era ancora lontana. In altre parole: la seconda regola prevede che io possa immaginare e inquadrare frammenti di testo come se il loro autore avesse avuto a disposizione una fotocamera.
E’ il caso dell’immagine che apre Zanna Banca. E’ l’inquadratura di un angolo di foresta cupa, tetra: una foresta che preme, come una presenza tangibile. Gli alberi hanno un aspetto freddo e sinistro e nell’aria regna un grande silenzio, mescolato a una desolazione inanimata. Ho provato ad immaginarla, come se Jack London avesse avuto con sé il suo apparecchio Kodak a rulli. (Si, London era anche fotografo: dodicimila scatti in giro per il mondo. Ma quella volta lì, nel Klondike che fa da sfondo a Zanna Bianca, London non l’aveva a disposizione: non mi sculaccerò mai abbastanza per non aver portato la macchina fotografica). Ho provato a immaginarla, quella foresta, con lo sguardo furtivo e affamato di un lupo in cerca di carne. Schiacciato a terra, per nascondere al vento l’odore della propria presenza. E ho provato a fotografarla, quella foresta, dopo averla riconosciuta nei luoghi che conosco e amo: in un bosco dell’Altopiano di Asiago.
(Non sono l’unico a inventare e a immaginare utilizzando quello che ho a disposizione. Ricordo alcune fotografie dell’Altopiano di Asiago innevato scattate da Ermanno Olmi all’epoca in cui stava lavorando, con Mario Rigoni Stern, alla sceneggiatura de Il Sergente della neve. Ma questo è un altro discorso).
