Collezione di fotografia immaginaria

15 Dic

    Ci sono cose che malgrado la loro leggerezza, se non gratuità (o magari proprio per questo), riescono ad occupare nelle nostre vite un posto di impensato rilievo. Come le collezioni personali. Un po’ museo (con il piacere, oltre alla contemplazione, del possesso), un po’ bottino (cui non è esente la soddisfazione dell’inseguimento per stanare l’oggetto desiderato), l’idea di collezione finisce, prima o poi, per dare forma ad una Wunderkammer, una camera delle meraviglie, in cui il collezionista ripone frammenti di mondo cui ha affidato il proprio piacere, il proprio desiderio. Qualcosa di molto simile, per chi ama la saga di Harry Potter, agli horcrux, gli oggetti-simbolo dentro i quali Voldemort ha riposto frammenti della propria anima.

Anch’io da tempo sono collezionista: di cieli e di luci, inesistenti. Nel senso che mi piace prelevare dai libri che leggo descrizioni di nubi, di atmosfere luminose (lo so, è deformazione professionale immaginare quale può essere la temperatura colore dell’interno di casa Tess (dei D’Urberville) o quella di una nebbiosa serata londinese, nella via dove ha sede lo studio del Dottor Jekyll: ma so anche di non essere l’unico), descrizioni – dicevo –  che poi raccolgo in un taccuino. E ordino questi reperti secondo una logica che risponde al puro piacere di accostare tonalità e colori diversi, come se li disponessi, mischiandoli, su una immaginaria tavolozza. Come è capitato, ad esempio, con il grigio sporco, metallico del cielo burrascoso di Travenunde, sulla costa meclemburghese (dove “Tony” Antonia Buddenbrook è stata spedita dalla famiglia per fare “chiarezza in sé” e accettare di sposare Bendix Grunlich) mescolato al grigio irlandese, luminoso e umido, che piove a terra “in pozze di luce”, del Dedalus di Joyce. Una collezione di finzioni: di nubi e luci inesistenti. O meglio: che sono esistite, senz’altro, nello sguardo di chi ne ha tratto ispirazione, ma che poi hanno perso la loro fisicità molecolare diventando scrittura, testo.

Oggi voglio iniziare un’altra collezione. L’idea è nata leggendo il Manuale di pittura e calligrafia di José Saramago:

“… e per un attimo mi ha ricordato una fotografia che mi hanno fatto e ho conservato, in cui mi si vede di spalle, impettito, lontano da me stesso (…). E’ una foto che ogni tanto guardo (la tengo appesa nello studio) con grande curiosità, come se guardassi un estraneo: non mi riconosco mai in quella statura, con quella schiena un po’ abbombata, con quelle orecchie un poco a sventola o che, perlomeno, la foto mostra così. Chi sono mai quell’io?”  

Chi pensa queste cose è H., il pittore protagonista del romanzo. Dunque: un personaggio che non ha esistenza reale (esiste solo in quanto figura letteraria) contempla una fotografia di sé, una foto che non ha un analogon nella realtà fenomenica. In altre parole: è una fotografia di finzione. Ecco, quindi, la regola della mia nuova collezione (ogni collezione si basa su criteri più o meno taciti di selezione e scelta): andare alla ricerca di fotografie “letterarie”, i cui soggetti sono figure (fisicamente) inesistenti. Foto di soggetti che la fotografia non ha prelevato dalla realtà  e davanti alle quali guardare non serve: sono fotografie da immaginare.

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2 Risposte to “Collezione di fotografia immaginaria”

  1. Edmond Dantes gennaio 1, 2012 a 1:51 pm #

    Per una trasposizione nel mondo del cinema dell’idea di “fotografia immaginaria” suggerisco l’articolo “Le immagini della memoria” su http://www.infinitoistante.it

  2. infinitoistante dicembre 15, 2011 a 1:40 pm #

    Segnalo la foto di nozze che apre il “Bacio della Medusa” di Melania Mazzucco, una foto che esiste solo nel romanzo, che non è mai stata scattata.

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